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sei quiGuido, 38 anni, architetto


Come e quando parlarne con i colleghi


Parlare o meno della SM ai colleghi è una scelta indubbiamente difficile, condizionata da molti fattori, individuali, familiari e legati all’ambiente di lavoro.


La rivelazione può semplificare la vita …

Da un lato comunicare la propria diagnosi può farvi sentire più tranquilli. “…tenere nascosta la mia condizione alla lunga mi procurava più stress che il parlarne …” riferisce Maria Grazia, giornalista in una importante testata di viaggi e non è certo la sola a pensarla così. La rivelazione, inoltre, può rendere più semplice la discussione circa gli adattamenti dell’ambiente lavorativo che potrebbero essere necessari, subito o in futuro. Parlarne ufficialmente elimina anche l’eventuale preoccupazione che in futuro un collega a cui magari avevate confidato qualcosa possa inavvertitamente svelare la vostra situazione.

E’ importante che siate voi a decidere quando, dove e come parlarne. Ogni volta che dovrete andare ad una visita medica, o farete più serenamente, sapendo che tutti conoscono la vostra situazione.


… ma può inasprire pregiudizi, ostilità e discriminazioni

D’altra parte, dichiarare la propria condizione ai colleghi può far nascere cattive interpretazioni soprattutto tra quelli che conoscono poco la malattia.

“Continuavano a lanciarmi battutine pensando che battessi la fiacca, mentre cominciavo a sentirmi molto stanca dopo tutte quelle ore di lavoro …” dice Maria, 32 anni, segretaria di direzione “… occhiate e risolini erano all’ordine del giorno quando continuavo ad andare in bagno …certamente pensavano che non avessi voglia di lavorare finché non ho chiarito come stavano le cose. Intanto, la mia autostima era andata sotto i tacchi!” dice Susanna, 28 anni, parrucchiera presso un centro commerciale.
Le difficoltà di concentrazione, spesso associate alla fatica possono venire male interpretate dai colleghi e addirittura scambiate per pigrizia, disturbi depressivi, se non addirittura problemi di natura psichiatrica.

Non parliamo poi dei pregiudizi e delle discriminazioni che in certi ambienti possono essere determinanti nell’emarginare il soggetto dopo che ha rivelato la sua condizione, “Mi chiedevo, infatti, come l’avrebbero presa i miei colleghi, se mi avrebbero escluso o emarginato…” confessa Guido, 38 anni architetto che ha aspettato due anni prima di confessare la sua malattia, proprio per paura delle reazioni del suoi colleghi.

Sono molte le persone che non parlano per la paura di essere discriminato/a a causa della SM, per esempio in merito alla possibilità di fare carriera, di partecipare a corsi di aggiornamento, oppure per paura delle reazioni dei colleghi o di altri, o addirittura di perdere il lavoro o di non trovarne un altro, magari più indicato per la nuova condizione. Diffuso è anche il timore di essere colpevolizzato/a ingiustamente al minimo errore o quando le cose, anche per responsabilità altrui non vanno come dovrebbero.

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Come parlarne ai colleghi

Guido, che ha una personalità brillante, allegra e comunicativa ha scelto un modo particolarmente adatto per parlare della propria malattia: ha invitato a cena la sua cerchia di colleghi - a casa sua - quindi in un ambiente a lui più familiare, che lo potesse mettere a proprio agio e che gli consentisse di parlare della sua condizione in modo chiaro, preciso, ma in una atmosfera cordiale che potesse favorire un atteggiamento più positivo e costruttivo nei suoi confronti.

L’atmosfera informale ha consentito ai colleghi di informarsi correttamente sulla malattia e sulla sua evoluzione e di concordare con Guido quali fossero gli accorgimenti più indicati per fronteggiare gli eventuali attacchi futuri. “… si sono dimostrati attenti e partecipi e questo mi ha rincuorato e mi ha confermato che avevo fatto la scelta più giusta …” dice Guido “ sono stati per me di grande aiuto. Prima di salutarli ho consegnato loro alcune fotocopie che descrivono nel dettaglio la malattia e i suoi sintomi, in modo da fornire delle informazioni serie… e gli ho anche dato qualche sito dove informarsi, se lo volessero.”

In queste situazioni è consigliabile essere sinceri e richiedere l’aiuto di cui effettivamente si ha bisogno in modo da evitare, da un lato situazioni di indifferenza o di cattiva interpretazione, dall’altro atteggiamenti troppo protettivi anche da parte dei colleghi (come già può avvenire tra i familiari più coinvolti). Interventi mirati, insieme al sostegno dei colleghi, possono realmente fare la differenza, consentendo al soggetto con SM di superare le difficoltà dettate dalla progressione della malattia, anche quando si manifesteranno eventuali problemi di mobilità e di affaticamento.


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"Viaggio nel deserto
contro la sclerosi"

Corriere della Sera,
17 dicembre 2007

L'esperienza di Pierluca

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