Nonostante il fatto che molte persone con SM siano in grado di lavorare, un numero significativo di loro abbandona il lavoro prematuramente o è costretto a ritirarsi, nei primi 5-7 anni successivi alla diagnosi.
I motivi di questo ritiro possono essere vari: dalla reale disabilità fisica (com’è il caso di Irma, 40 anni, che lavora in un’impresa di pulizie di uffici e la cui stanchezza le rende impossibile continuare a fare un lavoro così pesante) alla frettolosa decisione di un datore di lavoro disinformato, alla discriminazione e ai pregiudizi dei colleghi e dei collaboratori più stretti alla valutazione non realistica del proprio stato da parte della persona stessa o dei suoi familiari.
I fattori connessi alla capacità di mantenere il proprio impiego sono piuttosto simili in paesi e culture diverse. Sappiamo, anche da indagini recentissime, che le persone con SM passano dalla situazione di occupati alla mancanza di un’occupazione principalmente a causa dei loro sintomi (non più del 40% dei casi) e, soprattutto, di un ambiente di lavoro discriminante, che tende ad emarginare il soggetto con SM, una volta dichiarata la presenza della malattia.
Sono spesso le donne a pagare il prezzo più alto, in particolare quelle non più giovanissime, con un basso livello di istruzione e con un tipo di lavoro particolarmente pesante dal punto di vista dello sforzo fisico necessario o che implichi grossi spostamenti per raggiungere la sede di lavoro.
Principali cause di ritiro dal lavoro
- Sintomi della malattia (fatica, problemi visivi, difficoltà motorie, dolore, problemi di memoria e concentrazione etc)
- Pregiudizi e discriminazione nell’ambiente di lavoro
- Trasporti per raggiungere la sede di lavoro
- Postazione di lavoro non idonea
- Barriere architettoniche
- Orari non flessibili e prolungati
- Disinformazione sia dei soggetti con SM sia dei datori di lavoro
- Rapida evoluzione della malattia
- Disabilità grave
- Età
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