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Il coraggio e la gloria attreverso il cinema, con personaggi come Rocky o come Braveheart o come i 300 spartani di Trecento, ma anche attraverso i milioni di istanti e di attimi della vita di ogni giorno. Con le parole di Pierluca.
"Stabile, mi dice la mia dottoressa e ha gli occhi che le sorridono.
Amo molto quando fa così, come quando, parlando della mia situazione ha
iniziato a parlare al plurale.
Stabile.
Ottima notizia.
E allora perché, tornando a casa mi ha assalito una disperazione così
profonda, immotivata e irrazionale?
Tante volte le mie emozioni vanno avanti e solo dopo arriva la ragione, che
pure è una raffinata conoscitrice di mondi.
Stabile.
Stabile qui, in mezzo alla palude, con la sola possibilità di stare fermo o
di peggiorare.
Dovrei essere felice che la mia terapia funzioni e che mi consenta di
continuare, per un po', a vivere come voglio io, e magari lo sono. Ma
insieme sento la certificazione della mia condizione, l'evidenza comprovata
da risonanze magnetiche ed esami vari di un disastro infinito.
Nella mia discreta conoscenza della storia del cinema ci sono alcuni film
che guardo di nascosto, ma che, Dio mi perdoni, mi emozionano parecchio.
Uno è Rocky, il primo, anche grazie alla sontuosa colonna sonora. La forza
primordiale di un uomo che sfida qualcosa di più grande di lui perché quello
è l'unico modo di arrivare alla 15esima ripresa, per dimostrare a se stesso
di essere qualcosa. A dire il vero amo più l'allenamento che il
combattimento, quando arriva di corsa sin cima alle scale del campidoglio di
Philadelphia.
Un altro è Braveheart.
Ce ne sono parecchie di scene forti, ma la più coinvolgente è proprio l'ultima.
Il protagonista è già morto gridando con tutte le forze la forza della sua
libertà.
L'esercito scozzese, un branco di straccioni senza mutande, è pronto alla
resa e all'omaggio dell'esercito inglese invasore.
Ma loro attaccano, senza la minima speranza, si battono come poeti guerrieri
e ribaltano il destino.
E poi c'è Trecento, boiata in salsa americana, sporcata da una montagna di effetti speciali che rendono i personaggi dei burattini o dei supereroi da fumetto.
Eppure raccontano la storia che amo di più.
Un manipolo di spartani, 300 appunto, devono fermare l'orda di migliaia di guerrieri persiani alle Termopili, una stretta gola che porta alle pianure verso Atene.
Ci sono anche altri greci e ogni singolo uomo è fondamentale.
Ma gli spartani mandano via tutti gli altri e si ergono, da soli, contro una fine certa, il modo più aristocratico di dire io.
Fanno una montagna con i cadaveri dei nemici. Migliaia di guerrieri che non sono nessuno, persi nella massa, contro un manipolo di spartani che sono tutti, nessuno escluso, qualcuno.
Ci sono stato e ho passato lì una notte provando ad ascoltare un silenzio
che portava ancora gli echi della battaglia e la lucida follia di Leonida e
dei suoi uomini.
Follia poi. La fine è certa e scegliersele non è follia, ma un'affermazione
di te stesso.
Ma non è questo quello che mi ha sempre attirato.
Io sono pacifico, sono contro ogni tipo di violenza, sono quello che parla, che cerca di stemperare le situazioni, che non si arrabbia mai.
Ma ho sempre immaginato la mia fine col sole in faccia, mentre sguaino la mia spada o mentre faccio il primo passo per salire una montagna da cui non tornerò.
Ma io sono stabile, la mia guerra è un'altra cosa.
È una cosa che va combattuta nella penombra, per migliaia di giorni, per milioni di attimi e non c'è gloria, se non nei sorrisi che trovo la forza di fare a chi amo.
Il mio coraggio, che in tanti mi riconoscono, è tutto qui, ma non è meno nobile. Solo che non c'è il sole.
Anzi.
Guardo fuori e ce n'è troppo.
Da più di tre anni il sole è sempre troppo".
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