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Conoscersi in chat, condividere speranze, timori, paure e intensi momenti: Pierluca ci racconta di una splendida amicizia, unica e quasi magica. Segue una lettera speciale per una persona speciale.
"Maria l’ho incontrata un po’ di tempo fa e, da allora siamo diventati amici. Ci frequentiamo tutti i giorni e passiamo insieme un po’ di tempo a chiacchierare, a raccontarci la nostra vita, la nostra avventura. Sappiamo molte cose l’uno dell’altra e ci piace che sia così.
Maria non l’ho mai incontrata di persona.
Viviamo lontano e, per colpa mia, che non amo i raduni di nessun genere, non ce n’è stata mai l’occasione.
L’ho incontrata in una chat dove si parlava di questa malattia. Eravamo in tanti e tutti, a modo loro e malgrado loro, speciali.
Basta poco per riconoscersi.
Specie quando stai facendo la stessa strada.
E la nostra strada, la nostra scelta, coincideva.
Eravamo entrambi soldatini, sentinelle sotto la pioggia di una guerra dichiarata da qualcun altro, che continuavano a fare il loro dovere anche se non si ricordavano più il perché, fissati in un’idea di dignità che andava oltre il normale bisogno di mostrare agli altri una faccia accettabile.
Scene dalla cella di un carcere dove tutti sono innocenti, condannati solo da chissà quale mappa genetica o schifezza chimica, da un destino scritto da chissà chi. L’unica concessione consentita è quella di cambiare cella, ma sempre nella stessa prigione. Non si esce da qui, mi dispiace. Non sono previsti sconti di pena o licenze premio. Non si muore di questa malattia, non tutto insieme. Ci si può godere la propria morte istante dopo istante, non solo in diretta, ma anche al rallentatore. Ci si può concentrare sullo sfiorire dei propri sogni, sul cadere dei petali dei propri desideri, che volteggiano silenziosi nell’aria e fanno un rumore assordante quando toccano terra. Farfalle di cemento che niente può più sostenere in volo.
Vorresti essere colpevole, colpevole di qualcosa, di una cosa qualsiasi, per poter pensare che sconti una giusta pena, per poter credere in una qualche redenzione, per trovare un senso qualsiasi.
C’è voluto un po’ di tempo per diventare amici. Direi che c’è voluto un po’ di tempo per riconoscere che lo siamo sempre stati, ma poco. La necessità di raccontarsi cose che già sapevamo. Maria è intelligente e sensibile. Molto. Cosa che non aiuta in questa condizione, che ti permette di vedere tutto con una chiarezza che non vorresti.
A volte, quando ci sono le previsioni del tempo guardo se ci sarà il sole dove lei abita. So che le piace il sole, che le regala un po’ di allegria, e allora spero che le nuvole si diradino e sorrido di questo mio pensiero. Sorrido di tenerezza verso di lei e verso me stesso e spero che arrivi il vento, l’ospite d’onore di una festa che nessuno ha organizzato, sperando che spazzi via tutto questo dolore, che travolga quella domanda che non si toglie mai dalla mente.
Ci troviamo su Messenger e ci raccontiamo tutto e niente, cercando di consolarci a vicenda, di essere sostegno l’uno dell’altra. Non serve a niente, ma può essere molto bello.
Una volta mia ha scritto una lettera, dove si è raccontata. Questo è quello che le ho risposto, quello che le vorrei dire, oltre a chiederle il coraggio di certe rinunce, oltre a pregarla di continuare a tenere la testa alta. So già che lo farà e spero tanto che, in questa corsa lunghissima non le manchi mai il fiato."
"Non avere paura.
Sei anche tu di cristallo.
Certo che lo sei. È quello che mi ha affascinato da subito.
Il cristallo è fragile, lucente e tagliente e... trasparente.
Dietro una certa immagine che vuoi dare di te, dietro a una certa spavalderia, ho visto subito il tuo dolore, l'ho sentito come il vibrare di un diapason, quello che ti mettono addosso in quelle visite neurologiche tanto mortificanti quanto più senti il tuo dottore affranto e impotente.
Forse è anche il fatto che sai esprimerlo, che tanti anni di lettura ti hanno regalato una proprietà di linguaggio preziosa e riesci a dire quello che senti.
Forse è il coraggio col quale ti mascheri, schermo di cristallo per chi vive le stesse cose, pose da soldatino dalla divisa troppo larga, che piange e sta in piedi contro vento a combattere una battaglia di cui non ricorda più il motivo né chi l'abbia dichiarata.
Continui ad andare avanti in un territorio sempre più desolato. Prima erano rombi di tuono e di vulcani, fumarole di zolfo, vento di sabbia, ma anche l'orgoglio dei disperati di combattere una battaglia impossibile, la possibilità di scomparire in un'unica nube di fuoco. Adesso è solo terra morta, l'impossibilità di vivere e di morire, un binario di ferro lucido e spietato da cui non si può deragliare. Si può solo andare avanti, con i piedi insanguinati, ma soprattutto senza poter più trovare un motivo al mondo per farlo.
Questi ultimi due anni sono proprio questo, il regno dell’inerzia a cui non vuoi dare più un briciolo di quell’energia che non ti senti.
Nella mia terribile capacità di vedere il futuro mi sono messo a costruire il mio mondo dove poter vivere in pace quel periodo che sarà anche mio. Mi sono messo a costruire gli stimoli con i quali trovare un perché anche quando niente sembrerà il motivo giusto per andare avanti.
Io capisco quello che dici quando parli della solitudine che subisci. Lo capisco quanto più amore ho intorno. Provo a chiudere gli occhi e a pensare cosa sarebbe se non avessi la mia famiglia, la mia Enri, i miei amici e ti capisco, entro dentro di te.
Io sono una persona felice.
Ci sono caduto dentro da piccolo come Obelix nella pozione magica.
Ogni mattina mi sveglio, ancora oggi, di buon umore.
In verità a volte mi sveglio, in questo periodo, e penso: “cazzo, ci risiamo”, cosa che mi fa pensare che vorrei non svegliarmi più, ma poi l’onda della vita riprende il sopravvento.
In India, quando uno arriva a una certa età, lascia tutto e diventa un saniasihn, un rinunciante. Lascia tutto, ogni bene materiale e si ritira in un bosco. Lascia anche ogni affetto e si prepara ad andare. Probabilmente sono proprio quelli che mi riprendono per i capelli e mi riportano qui, felice di esserci e col peso di non poter andare via.
Anche tu hai usato la metafora del vetro, la stessa che ho usato anche io nella lettera che ti ho fatto leggere. Vorrei dirti che c’è una grande dignità in questo continuo scivolare indietro e in questo testardo e scellerato riprovarci, ma non so se mi crederesti, vorrei dirti che quello che ti ha lasciata non sa quello che si è perso, che è solo un poveretto che non ha la forza o la sensibilità, ma poi sei sempre tu ad avere addosso i segni di quello che succede, ferite che non si rimarginano.
Ti auguro cicatrici che rammendino una tela che inizia a mostrare la trama, consumata da troppi anni di dolore. Ti auguro il dolore perfetto, quella forma di sublimazione particolare che ti stacchi da tutto quello che sei costretta a vivere.
Ma neanche le terre morte sono infinite. C’è ancora qualcos’altro di là da loro.
Ti auguro un Caronte che ti aiuti ad attraversare lo Stige, il fiume infernale della Divina Commedia, un traghettatore che vorrei essere io, tra due territori di uguale dignità.
La tua sofferenza attuale forse è proprio questa terra di nessuno, questo mondo senza parole, che non vuoi più neanche leggere, questo passaggio stretto che ti porterà più in alto, ma che ti scortica fino al sangue.
Una volta che sarai passata oltre, però, ti aspetta un mare di quiete, che forse è proprio quello che non vuoi.
È proprio questo che non puoi accettare adesso. Quella vita che per altri è una rottura di scatole ti sembra il paradiso perduto. Non puoi accettare la terribile inutilità di quello che ti è successo e non so farlo neanche io. Per quanto mi inventi storie e motivi, nobili e no, sento che qualcuno mi ha derubato del mio meraviglioso futuro. Anzi, neppure qualcuno, verso cui rivolgere tutto il disprezzo che fermenta dentro, ma un destino senza volto.
Io parlo dopo una vita che ho già vissuto, dopo tutto quello che ho fatto, come uno che non capisce. E invece lo capisco il tuo rimpianto per una malattia arrivata troppo presto, per un cammino interrotto appena iniziato, per le albe che non hai visto, per l’aria che non hai respirato.
Ti manderò un filmato che ho fatto su Ibn Battuta, un viaggiatore arabo del 1300. Un filmato strano che è il mio testamento spirituale scritto senza saperlo, in un periodo dove non avrei immaginato mai quello che mi sarebbe successo e che esula anche dalla malattia. In fondo parla proprio del rimpianto, dell’impossibilità di essere sempre e ovunque, dell’impossibilità di essere Dio e di sentire, in certi momenti, questo immenso fluire di cui sei ai margini come una perdita assoluta."
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