Di seguito riportiamo le parole di Pierluca, il significato del suo tempo sospeso, la missione che si è dato, per tutti coloro che soffrono con lui e come lui, per coloro che lottano e non si devono arrendere. Per un percorso da vivere insieme, parlandone e vivendolo anche attraverso i suoi racconti, i suoi film.
"Io voglio provare a raccontare tutto, a ripercorrere quello che mi ha portato qui, a raccontare ciò che sarà. Senza la paura di eccedere o uscire dai binari del politicamente corretto, senza la paura di critiche o rimproveri, perché scriverò come ho fatto sino ad ora, senza pensare che qualcuno possa leggere o a chi lo farà. Non voglio neanche preoccuparmi di dare una scansione temporale logica. Andrò avanti e indietro nel tempo, in questo tempo sospeso, in piena libertà, come ho sempre cercato di vivere.
Voglio provare a raccontarlo il tempo sospeso, l'effetto primo di sapere che la vita che conoscevi non esiste più. Il percorso che serve per approdare ad una nuova esistenza, la traversata delle terre morte, l'accettazione di una condanna comminata senza colpa. Voglio provare a spiegare chi siamo noi malati all'esercito dei sani, poveri normodotati a cui una vita spesso banale non permette di vedere oltre un minimo orizzonte. Voglio dare parole, l'unica cosa che ho, ad un silenzio che pesa come una lapide, voglio gridare l'orgoglio che deve portare in faccia chi viva una tale avventura, voglio raccontare la poesia e la meraviglia di vite che resistono come fili d'erba nell'asfalto. Melville, nel suo Moby Dick, descrive così il capitano Achab: "portava scritto in faccia il suo martirio, l'indicibile, regale, arrogante dignità di un qualche immenso dolore". A parte la fantastica serie di aggettivi utilizzati, fantastico è il concetto: indicibile, regale, arrogante dignità. Bene.
Iniziamo a sentirla questa dignità, magari senza essere arroganti, ma con la coscienza che, a fronte di ciò che abbiamo perso e che stiamo perdendo, c'è un regalo doloroso, un poter vedere dove gli altri non possono.
Quando il mio dottore, ha dovuto darmi il responso fatale, aveva negli occhi un dolore vero, che mi ha fatto venire voglia di consolarlo. Mi ha raccontato delle notti passate in bianco prima di dover dare la notizia a ragazzine di diciotto anni. Gli ho detto che avrei fatto qualcosa e qualcosa ho fatto, per quello che potevo fare. Ho realizzato un filmato che raccontava la mia storia e poi l'abbiamo proiettato a Verona, davanti ad un pubblico composto di dottori, di malati e delle persone che con loro vivono e con loro dividono un destino difficile. In prima fila, nel buio della sala c'erano alcune delle ragazze per le quali questa cosa è nata. Hanno pianto per tutto il tempo e anche dopo, quando ho preso la parola e ho cominciato a raccontare.
Ho parlato di come l'ho detto ai miei e poi di quella medicina che si può prendere per un periodo solo una volta nella vita perché cardiotossica, perché avvelena il cuore. Ho detto che c'è qualcosa di peggio, qualcosa che avvelena il cuore di più e più in profondità e che questa cosa è il silenzio di cui il mostro si ammanta. Ho detto anche che, però, scegliendo me, il mostro aveva pisciato fuori dal vaso, perché io le parole gliele avrei trovate tutte, che le avrei trovate per me e per quelle ragazze che non smettevano di piangere. Le ho ringraziate per questo.
In vita mia ho fatto tante cose. La maggior parte per me, parecchie "stronzate" che non vogliono dire niente. Le ho ringraziate perché loro e le loro lacrime erano un motivo per fare qualcosa che mi sembrava degno.
Per vincere il male bisogna entrarci dentro fino in fondo, bisogna attraversarlo e l'unico modo per farlo insieme è parlarne. Bisogna passare dall'inferno per arrivare in paradiso. Il popolo Swahili sostiene che si esiste solo nel momento della lotta.
Io ci credo nelle parole, unico strumento che separa la luce dal buio. Credo che bisogna dare un nome al presente, alle paure, al destino. Nominare una cosa è dargli vita, dargli dei contorni, crearla o ricrearla. Nelle Vie dei canti si narra degli aborigeni australiani e dei loro antenati, i primi uomini apparsi sulla terra, che camminando nominavano le cose e, in quel modo, gli davano vita, o meglio ancora esistenza. Trarre fuori dal nulla cose e sensazioni dandogli un nome. Delimitare. A volte sono proprio i limiti a creare i capolavori. E allora forza, si parte. Vi aspetto al prossimo appuntamento."
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